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05-09-2006
Conformismo disattento: fine del pensiero e della politica.

(Riflessioni e commenti su Franco Berardi Bifo, Media invadenti, politica impotente, Liberazione, 1 giugno 2006, p. 3)

Ciò che è accaduto dal '94 ad oggi in Italia non è un provvisorio deficit di democrazia, ma una mutazione profonda, che investe il cervello collettivo e la produzione sociale.
Si tratta di un nuovo modello di dominio, che integra:
1. potere finanziario
2. potere mediatico
3. potere culturale
per creare una nuova forma di consenso, di controllo sulle masse.

Le dittature del 900 realizzavano il consenso attraverso il conformismo attento imponendo - mediante censura e propaganda - il rispetto di valori conformi e repressivi (razzismo, dedizione al duce, dedizione alla patria, dedizione al lavoro, spirito di sacrificio, propensione all'imperialismo e alla guerra, ecc.).
Oggi il consenso viene ottenuto attraverso il conformismo disattento. Non si inculca più l'adesione a valori repressivi dichiarati. Non potrebbe funzionare come una volta, in quanto da questo pericolo siamo in gran parte vaccinati. Più semplicemente e subdolamente si insegna alle persone a non pensare più, a non riflettere più su cose essenziali e importanti, ma ad occuparsi di cose futili, banali, irrilevanti. L'attenzione collettiva, che è il valore potenziale più grande di una società, viene monopolizzata e indirizzata dai mass media a focalizzarsi su ciò che può essere più utile per promuovere i consumi, spesso superflui, e l'industria, spesso inquinante e dannosa. Perché? Perché, a differenza che in passato, lo sviluppo dell'economia è diventato il valore numero uno: viene prima della politica, dell'educazione, dell'equilibrio, della tutela dell'ambiente, della ricerca scientifica seria, della lotta contro la povertà, della salute e del benessere delle persone. Viene prima perché una propaganda continua ci ha convinti che è la condizione necessaria per realizzare tutti gli altri valori. Senza crescita economica, l'attuale modello ci consegna dritto dritto in mano alla depressione. La pubblicità che favorisce la crescita ha quindi il via libera a condizionare il nostri cervelli, anche a costo di farci diventare particolarmente stupidi.
Insomma, siamo espropriati della capacità più squisitamente umana: pensare in modo libero e creativo, premessa indispensabile per essere padroni di sé, autodeterminarsi, fare scelte consapevoli, vedere nuove possibilità.

Ciò di cui oggi soffriamo è uno spaventoso deficit di consapevolezza: non ci accorgiamo che stiamo viaggiando su un treno a ottocento chilometri all'ora, senza macchinista, che continua ad accelerare e prima o poi si schianterà (la terra non può reggere alla crescita della produzione e dello sfruttamento). Nel frattempo discutiamo del colore delle moquette o del vino che ci servono al vagone ristorante.
Citando Beppe Grillo, oggi i notiziari sono un intervallo tra una pubblicità e l'altra. Il sistema pubblicitario e televisivo è impegnato a mobilitare ogni istante dell'attenzione collettiva, e a sottometterla alla sfera economica.
Oggetto dello sfruttamento è diventato lo sfruttamento intensivo, apparentemente indolore, e spesso piacevole e seduttivo, dell'attenzione umana (Davenport, Beck (2001), The attention economy).
E' un fatto nuovo, reso possibile dalla moderna tecnologia audiovisiva. I nostri costituenti non potevano prevederlo.

Il potere dominio non si basa più sulla forza (come in passato), non si basa più sulla propaganda di determinati valori repressivi (dittature del 900), ma sull'invadenza e pervasività sull'attenzione collettiva da parte di una corporation dell'imagineering (in Italia: Finivest-Mediaset).
Che cosa è l'imagineering? L'imagineering è l'ingegneria mediatica che modella i sogni, i desideri, le abitudini di una società, a partire dall'infanzia.
E' la tecnica di costruzione dell'immaginario collettivo che si traduce naturalmente in una forma di cieco consenso politico. E' il punto di arrivo della lunga storia di come le èlite hanno forgiato il pensiero delle masse, attraverso la retorica, la propaganda, la persuasione, la pubblicità.

La novità consiste non nell'inoculare nuovi valori repressivi, ma nel togliere valore ai valori, nel renderci privi di passioni e di interessi reali; nel renderci individualisti, srdaicati dalla comunità di appartenenza e dalla natura, rimbecilliti a fuoco lento, incapaci di comprendere, di coalizzarci e di reagire. Espropriati della nostra attenzione, abbiamo perso la capacità di dialogare, di riflettere, di pensare con la nostra testa, di creare un'opposizione, un argine all'invadenza della futilità e del nulla.

Secondo il Buddismo, la consapevolezza presuppone la retta concentrazione (attenzione a ciò che è essenziale, in primo luogo al nostro pensiero). Noi siamo sempre più istruiti, fin da piccoli, a praticare la cronica de-concentrazione. Incapaci di osservare la nostra mente condizionata, e di liberarci dai suoi influssi, in essa ci identifichiamo pienamente. Non siamo noi a pensare. Siamo pensati dai nostri pensieri, che non sono neppure nostri, ma in gran parte confezionati in altre sedi, come prodotti di consumo che favoriscono il consumo.
Viviamo quindi sempre più nell'irrealtà, nell'illusione consolatoria socialmente condivisa, come nel film "Matrix".

Umberto Eco ci aveva avvisato nel suo famoso articolo sul "referendum morale".

Oggi non esiste più la censura nella stampa. Tutto può essere detto, ma non nelle sedi dove potrebbe avere impatto sulle masse (Grillo, Biagi, Santoro, Guzzanti, Dario Fo non compaiono più in televisione). Si può dire tutto. Attraverso internet, le riviste di nicchia, i libri a piccola tiratura ci si può informare su ogni cosa. Ma a farlo sono rimaste un numero assai esiguo di persone, statisticamente irrilevante per incidere davvero sulla coscienza collettiva. Così si può mantenere l'immagine che viviamo in una società libera come non mai, in realtà non libera di trasformarsi grazie alle voci delle persone e dei leader più avveduti e onesti. Questi possono parlare quanto vogliono, ma rimangono fuori dal circuito dove si detiene il potere vero, quello che riesce a mobilitare il consenso della maggioranza.

Ecco perché oggi la politica, quella vera, quella che porta i cittadini a decidere sul loro destino, è sempre più impotente.

La questione mediatica pone perciò un problema costituzionale gigantesco, che la politica dovrà affrontare se non vuole definitivamente scomparire.

Ma ai politici per primi, se ce ne sono di buona volontà, compete un compito arduo quanto non mai: saper attrarre l'attenzione di un pubblico ormai ipnotizzato, che non ascolta più nulla, neppure ciò che riguarda la sua futura sopravvivenza.

Mauro Scardovelli

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