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27-04-2006 Meditazione e intuizione: la conversazione con il sé
Subpersonalità, Ego, Copione, Carattere, sono alimentati da parti infantili o narcisiste, che funzionano come vettori anarcoidi non magnetizzati. Essi possono essere trasformati solo nella misura in cui l’io, vedendoli per quello che sono, smette di giustificarli e assecondarli (razionalizzazione), e si libera dalla loro contaminazione ed influenza. Per non colludere con le parti narcisiste e separative, occorre un io ben radicato, che svolga la funzione di governo, di leader di sé. Un efficace leader di sé:
1. ascolta e collabora con le parti costruttive, conversa con esse, riceve feedback 2. sostiene e incoraggia le parti infantili o spaventate; fornisce loro una base sicura 3. riconosce, smaschera e delegittima con chiarezza, di fronte al paese, le parti distruttive.
Le parti distruttive agiscono attraverso la propaganda politica, che è una forma di pubblicità. Non ha senso ascoltarle e discutere con esse, come non ha senso discutere sulla verità dei messaggi pubblicitari. Essi non funzionano a livello della logica e della razionalità. Gli slogan funzionano perché sono semplici, memorizzabili, ripetuti infinite volte. Non pretendono di essere creduti, ma solo di essere ricordati. Discutere o criticare gli slogan non fa che rinforzarne l’effetto (U. Eco, A passi di gambero, Bompiani).
Lavorare sul proprio narcisismo è oggi particolarmente difficile, perché la cultura massmediatica non fa che alimentarlo a livello collettivo, creando un campo psichico dalla cui influenza è molto difficile sottrarsi. La pubblicità invasiva da cui siamo bombardati, apparentemente innocua o benevola (i famosi consigli per gli acquisti), in realtà è espressione di una terribile lotta per la sopravvivenza del più forte o del più furbo (non del migliore). Essa comincia a corrompere le menti dei bambini, sin da quando sono molto piccoli, per trasformarli in consumatori. L’immagine, l’apparire, sono ovunque anteposti all’essere. I valori umanistici (solidarietà, onestà, dedizione alla verità ecc.) relegano sullo sfondo. Ora, la guerra economica, la competizione sfrenata a tutti i livelli, l’individualismo, la tendenza a ripiegarsi sul privato riducendo lo spazio del pubblico, del condiviso, del comunitario, da una parte creano una forte pressione a contare sulle proprie forze, a migliorare le proprie capacità, a non dipendere da nessuno, a creare un proprio spazio protetto, recintato, esclusivo, in cui sentirsi al sicuro (mentalità americana, cfr. Rifkin, Il sogno europeo). Questa pressione spinge le persone a diventare imprenditori di sé, capaci di fare progetti e di assumere i rischi delle proprie scelte; a diventare sovrani e leader del proprio paese, in mezzo ad altri paesi sovrani e indipendenti; in altri termini, a diventare leader di sé. Nello stesso tempo, per non soccombere, per restare a galla, per vincere nella competizione, mai come oggi è necessario allearsi con altri, lavorare in rete, creando team sinergici che condividano mete ed obiettivi. Isolarsi oggi è il passaporto per l’estinzione. Per competere con successo nella guerra economica occorre collaborare in modo sempre più efficace.
Ora, il conflitto non potrebbe essere più evidente, perché:
- le qualità necessarie a collaborare e a sentirsi uno, con se stessi e in un gruppo, sono le qualità dell’essere: empatia, lealtà, integrità, benevolenza, compassione, ecc.; - le qualità per competere e vincere sugli avversari sono gli inquinanti della mente: avidità, egoismo, doppiezza, irresponsabilità.
Dalla svolta etica dell’occidente, a partire da Bernard de Mandeville, l’egoismo è assunto a motore del progresso (cfr. file Karma ideologico ed economia), i vizi privati sono diventati pubbliche virtù. Ma la nuova filosofia non cambia la realtà delle cose: avidità ed egoismo rimangono virus del pensiero, un cancro psicologico che, se non viene contenuto e fermato, per sua natura si espande ovunque a 360 °.
(da R. Dahlke, Malattia linguaggio dell’anima, p. 68 ss.) Le cellule cancerogene si differenziano da quelle sane per la loro crescita disordinata e caotica. Assomigliamo alle cellule iniziali dell’organismo ancora indifferenziate. Esse non svolgono più il loro compito in armonia con le altre cellule, ma prevalentemente moltiplicando se stesse. Sono cellule “egoiste” e “individualiste”. Mentre le cellule normali smettono di crescere quando si imbattono in altre cellule, quelle cancerogene si comportano in modo esattamente opposto. Senza rispettare i confini, invadono il territorio estraneo. Non solo, esse riducono in schiavitù le altre sfruttando il loro lavoro metabolico. Il loro è un comportamento parassitario: prendono tutto ciò che possono in nutrimento ed energia, senza restituire o partecipare ai compiti sociali propri di ogni organismo.
Le cellule cancerogene si pongono al di sopra delle regole della normale vita comunitaria, e infrangono senza scrupoli tabù di vitale importanza. Invece di occupare il posto per loro stabilito e di adempiere la loro funzione in relazione all’organismo, oltrepassano i limiti e degenerano in comportamenti distruttivi per la comunità che le ospita.
I loro rapporti con il vicinato sono caratterizzati da violenza. Si arrogano il diritto del più forte, e spingono i vicini più deboli contro un muro, distruggendoli o riducendoli in schiavitù. Rinunciano alla comunicazione e praticano egoismo e pretese.
Il modello di crescita cancerogena caratterizza tutto il mondo moderno. Fotografate dai satelliti, le grandi metropoli appaiono come un cancro che divora il paesaggio circostante, con le città satelliti in funzione di metastasi. La terra nel suo complesso viene ovunque divorata come se fosse una rosa di cancro, rapinata senza alcuno scrupolo e privata della sua capacità di resistenza. Il nostro atteggiamento mentale nei confronti dell’ecologia è analogo a quello delle cellule cancerogene: non ci occupiamo delle conseguenze del nostro comportamento. Ma la morte dell’organismo porterà alla morte delle stesse cellule che lo hanno causato, anche se all’inizio la loro impresa sembrava promettente in termini di acquisizione di potere. La cosa terribile è dover ammettere che noi siamo il cancro della terra. La crescita della nostra economia è folle come quella del cancro. Se fossimo più onesti, dovremmo riconoscere che lo scopo ultimo del nostro progresso è la fine dell’organismo terra. Se i pii desideri dei politici fossero esauditi e i paesi in via di sviluppo recuperassero il ritardo tecnologico, si darebbe un colpo mortale all’ecologia già minacciata di questo pianeta.
Commento: - Primo mondo = aumento di fabbriche, strade, edifici; terzo mondo = aumento della popolazione. In entrambe i mondi, il principio di crescita, insito nella via, ha deragliato sul piano materiale. Più case, più auto, più strade, più fabbriche, più beni materiali, o più figli, è una perversione del principio di crescita. Principio di crescita, nell’uomo, quando rispetta la sua natura, significa crescita psicologica e spirituale. Quindi più connessione, più comunicazione, più armonia, più comunione, più arte, più cura, più amore, più conoscenza, più contemplazione, più pace, più rispetto, più tempo libero, più convivialità. - In altri termini, la vita preme sull’uomo affinché faccia crescere nei singoli e nelle società le qualità dell’essere, riducendo gli inquinanti mentali, le perversioni, i veleni dello spirito (“fatti non foste per vivere come bruti, ma per seguir virtude e conoscenza”). Se l’uomo non segue la sua natura spirituale, il principio di crescita si traduce in crescita narcisistica, egocentrica, cancerogena. E’ crescita cancerogena anche quella della conoscenza specialistica che non viene integrata in una visione d’insieme. La prolificazione di cattedre universitarie ne è un sintomo (cfr. file formazione Aleph).
(David Orr, “Serve davvero andare a scuola?”, in A.A.M. Terranuova, marzo 2006, p. 66) Abbiamo frammentato il mondo in comportamenti stagni chiamati discipline e sottodiscipline. Di conseguenza, dopo dieci o quindici anni di istruzione superiore, la maggior parte degli studenti si laurea senza alcun senso di unità delle cose. Le conseguenze, per le loro persone e per il pianeta, sono enormi. Ad esempio, produciamo in continuazione economisti privi di una rudimentale infarinatura ecologica. Ecco perché quando vanno a quantificare il prodotto interno lordo, non prendono mai in considerazione i costi relativi a impoverimento della biodiversità, erosione del suolo, inquinamento, deforestificazione, esaurimento delle risorse naturali, distruzione dei legami di solidarietà. Nelle università gli studenti sentono parlare di responsabilità globale. Ma le stesse istituzioni universitarie continuano ad impartire lezioni di ipocrisia. Il modo in cui viene impartita l’istruzione ha la stessa importanza del contenuto delle lezioni stesse. Il processo di apprendimento è fondamentale per imparare. Ma purtroppo il metodo tradizionale di insegnamento tende inevitabilmente a indurre alla passività. Ben presto gli studenti imparano, senza che nessuno glielo dica mai in modo esplicito, a sentirsi impotenti di fronte all’abisso che si è creato tra idee e realtà.
Secondo il concetto greco di paideia, fine primario di una formazione non è tanto quello di padroneggiare una determinata materia, ma quello di padroneggiare se stessi: la materia non è che un mezzo. Nella maggior parte dei casi invece confondiamo i fini con i mezzi, pensando che lo scopo dell’istruzione sia quello di imbottire le menti di nozioni, tecniche, informazioni, senza curarsi del modo in cui verranno messe in pratica.
Ciò di cui si ha disperato bisogno non sono nuove persone di successo, ma facoltà universitarie e amministratori che rappresentino un modello di integrità e di impegno, e di istituzioni coerenti dal punto di vista etico.
La stessa logica cancerogena nel mondo esterno ispira i poteri finanziari, economici, politici, e nel mondo interno guida le parti narcisiste e centrifughe, in primo luogo mettendo le persone contro se stesse, in una sorta di guerra civile in cui l’io-governo perde continuamente forza ed energia. E mentre si sta indebolendo in questa lotta intestina, al governo viene richiesto di far fronte ad una competizione esterna crescente.
Quando la pressione è troppa, in un impianto idraulico tubi e rubinetti cominciano a perdere. I sintomi di questo eccesso di pressione sono sotto gli occhi di tutti. Che cosa è la pressione? E’ il risultato di un conflitto tra due forze: da una parte l’acqua che preme, dall’altra i tubi che resistono. Il modo più semplice per porre fine al conflitto è eliminare una delle due forze: i tubi o l’acqua. Fine della pressione. Ma anche fine dell’impianto idraulico, fine dell’organismo vivente, fine dell’essere umano.
Ma la vita non è a tutti i livelli una lotta per l’esistenza? Si può eliminare la lotta e la competizione? Si può semplicemente vivere rilassati, pacifici e contenti? No, non è possibile. Essenza della vita è la lotta continua delle forze creative contro l’entropia. Il rilassamento e la pace sono il risultato di una retta vittoria su queste forze. Quindi, in un certo senso, quanto descritto sopra come parte della modernità, è sempre esistito e sempre esisterà. Ciò che può cambiare sono le forme di questa lotta.
Il principale ostacolo all’evoluzione personale è la pigrizia (S. Peck, Voglia di bene, Frassinelli). La pigrizia è espressione della prevalenza delle forze entropiche. Se una persona non è gravida, non si può aiutarla a partorire. Se una persona non ricerca la verità, a nulla serve che gli venga indicata. Il lavoro personale, per diventare leader di sé, richiede la capacità di impegnarsi e lottare nella retta direzione. Non una lotta per distruggere, ma per trasformare, per guidare, indirizzare, far convergere. Una lotta contro le forze separative e centrifughe, per ricercare l’unità. Per questo occorre una retta visione. In ogni persona albergano conflitti di fondo, che dissipano energia, creano insoddisfazione e con il tempo indeboliscono il governo. La risposta di un io tirannico, che utilizza l’inquisizione, la tortura (i pensieri ossessivi sono tortura), la ricerca del colpevole e la sua dannazione, crea un regime di terrore. Il terrore non fa che aggravare il conflitto, relegandolo nell’ombra. Ciò che è necessario è una guida saggia del paese. Una guida in grado di promuovere una politica evolutiva che, adottando il pensiero-linguaggio dialogico e unitivo, e promuovendo uno stato di coscienza allargato, via via sciolga i conflitti alla radice (cfr. file Leader di pace). Su questa linea, grazie alla retta comprensione e alla retta azione:
- i problemi veri vanno affrontati e risolti - le decisioni sbagliate vanno cambiate - le false convinzioni vanno sostituite - i progetti mal fondati vanno abbandonati - le relazioni conflittuali vanno aggiustate - risentimento, odio, rancore, pretese, lamentele, accuse, oralità, ossessività, attaccamenti, e altri inquinanti vanno lasciati andare - amorevole gentilezza, gratitudine, empatia nella gioia, equanimità e altre qualità dell’essere vanno coltivate - i sogni realizzabili vanno realizzati - quelli irreali o illusori vanno abbandonati.
Occorre essere leader di se stessi, non capi. I capi sono superiori gerarchici a cui si deve obbedienza per il ruolo che occupano. I leader sono guide, democraticamente riconosciute, a cui le persone si affidano.
La competizione sta oggi aumentando a tutti i livelli. I cinesi fabbricano scarpe ad un decimo del prezzo delle nostre. I paesi asiatici emergenti costruiscono computer e componenti elettronici ad un costo incomparabile con i nostri. Si pone un problema di sopravvivenza delle nostre economie avanzate. Riusciremo a stare al passo? Isolarsi, chiudere le frontiere, fare da soli, è il passaporto per l’estinzione. Al crescere della competizione c’è un’unica risposta sana: creare più contatti, aprirsi maggiormente, collaborare in modo più sinergico. Paradossalmente alla maggiore competizione si sopravvive attraverso più collaborazione. Un team sinergico ha un potenziale creativo incommensurabilmente più alto rispetto a individui isolati o a gruppi in cui esistono barriere interne, albergano sfiducia e forze centrifughe. Nessuno si impegna veramente là dove non avverte un senso di coesione. Non è possibile sentirsi parte di un agglomerato di individui che non si prendono cura gli uni degli altri, non vedono l’ora di fare da soli, o di trovare la propria realizzazione altrove. O addirittura non si riconoscono, non si rispettano, si parlano dietro le spalle.
Per creare una mente di gruppo, le menti individuali in qualche modo si devono magnetizzare su una missione condivisa, riconosciuta di livello superiore rispetto alle esigenze particolari, e come tale rispettata, non per costrizione o per senso del dovere, ma per reale comprensione della sua funzione per il bene comune. Per far questo, però, è necessario rinunciare ad una parte della propria sovranità ed autonomia.
Per le ragioni espresse sopra, tale rinuncia appare oggi estremamente rara. Gli inquinanti che respiriamo ogni giorno, la spinta verso l’individualismo esasperato, l’avidità, il sospetto, rendono molto difficile formare un gruppo coeso. Sotto l’urgenza di una scadenza, il gruppo si impegna all’unisono, supera le divisioni e sembra funzionare bene. Appena c’è un momento di respiro, ognuno ricomincia a pensare solo a se a stesso e alla propria realizzazione personale, in modo separato dagli altri. Il gruppo diventa un peso, l’appartenenza diventa una catena che limita la nostra libertà. I partiti si dividono in correnti e fazioni, che poi danno vita a nuovi partiti. Gli istituti di formazione sfornano nuovi trainer che unendosi aumenterebbero le risorse dell’istituto, e potrebbero accrescerne l’impatto positivo. Ma i nuovi trainer facilmente si sentono stretti nella vecchia istituzione, e appena possibile si allontanano e creano istituti nuovi in competizione tra loro. E’ esperienza comune essere parte di un gruppo, però continuiamo a pensare in modo individuale, al nostro tornaconto personale: che cosa ci guadagno? in che modo mi è utile? Che cosa posso ottenere in termini personali? Questo atteggiamento mentale è incompatibile con la creazione di team davvero creativi, dei quali abbiamo peraltro un bisogno sempre più urgente e pressante.
L’io sano è un centro di ragionevolezza e buon senso, radicato nella consapevolezza e nel dialogo (cfr. file Dialogo e discussione), dotato di volontà e magnetismo. L’io sano è un leader di sé (cfr. file Leader di pace), capace di magnetizzare la popolazione interna, anziché esserne succube, e di guidarla a realizzare il progetto dell’anima. Consapevolezza presuppone osservazione e ascolto, intesi come contemplazione, ovvero privi di Ego, manipolazione, sfruttamento ai propri fini (cfr. file Contemplazione).
La pratica della meditazione sviluppa la consapevolezza. La consapevolezza profonda si traduce in intuizione. L’intuizione è una particolare forma di conoscenza, non analitica, ma gestaltica.
L’intuizione consente di cogliere un’immagine chiara e semplice, ove prima era confusione, oscurità, complicazione. E’ un temporaneo irrompere nella coscienza del sé superiore, che ci tocca, ci commuove e ci ispira.
L’intuizione autentica provoca entusiasmo, che letteralmente significa “essere ispirati da Dio”. Una persona può essere rassegnata e cinica solo nella misura in cui si è separata dalla corrente vitale di intuzione e gioioso entusiasmo.
La semplicità e l’essenzialità sono le qualità fondamentali dell’intuizione. L’intuizione è un balzo in un punto di vista più alto, ove chiaro appare il sentiero da percorrere per uscire dalla confusione, dalle difficoltà e dai problemi. Di qui il momento di euforia e gioia che si accompagna all’intuizione autentica.
L’utilizzo sbilanciato dell’emisfero sinistro e del pensiero analitico blocca la facoltà dell’intuizione, e ci relega ad un livello di analisi nel quale non esiste soluzione vera ai problemi. Se non viene coltivata, l’intuizione appassisce e scompare. Oppure si corrompe, cioè viene sostituita da una falsa versione al servizio dell’Ego. Attenersi a questo tipo di insight può essere rovinoso. Ad esempio, una persona improvvisamente può convincersi che per farsi rispettare deve essere più aggressiva, o addirittura critica o sgarbata. Distinguere la retta intuizione dai falsi insight è una capacità fondamentale, che si sviluppa coltivando la contemplazione, la benevolenza e le altre qualità dell’essere.
L’intuizione può irrompere in qualunque momento nella coscienza. Ma: la retta intuizione, come ogni facoltà, si sviluppa con il corretto esercizio, con la disciplina, con la pratica. La meditazione è una pratica essenziale allo sviluppo dell’intuizione.
In sintesi: l’ascolto delle parti interne in atteggiamento contemplativo, radicato nelle qualità dell’essere, sviluppa la retta intuizione. L’intuizione fa scorgere la via di uscita dalla nebbia, dalla confusione, dal conflitto.
Possiamo così improvvisamente vedere con chiarezza quale è l’attaccamento o l’inquinante che mantiene un nostro problema. Ad esempio, ci rendiamo conto che criticismo, permalosità o fede negativa disturbano i nostri rapporti affettivi.
L’intuizione per sua natura, almeno all’inizio, è labile e sfuggevole. La nebbia presto ritorna, e con la nebbia il dubbio di aver visto giusto. Affinché l’intuizione, e quindi la conversazione con il sé, possa diventare una guida stabile alla nostra vita, occorre dargli valore e importanza. Alla retta intuizione va seguita la retta azione. Ecco alcune semplici indicazioni in tale direzione:
1. attraverso la meditazione e l’ascolto profondo, praticare quotidianamente il contatto con il vero sé, cioè con la fonte della chiara visione o intuizione 2. quando le intuizioni arrivano, imparare a dialogare con esse, chiedendo chiarificazioni, specificazioni o approfondimenti 3. prendere l’abitudine di scrivere le intuizioni ricevute. Lo scritto dà loro valore, e fornisce un supporto fisico che le stabilizza. Ritornare più volte sullo scritto, aggiustandolo fino a che assume una forma che ci convince pienamente e ci ispira 4. almeno all’inizio è bene comunicare le intuizioni ad un amico o un coach, che funga da consulente, per ripulirle da eventuali inquinamenti egoici, sempre possibili. Un’intuizione valida deve essere radicata nelle qualità dell’essere. Inoltre deve essere ragionevole e di buon senso, quindi comprensibile e condivisibile da altre persone impegnate nello stesso percorso di consapevolezza 5. le intuizioni segnano una via. Essa va percorsa. In caso contrario, non gli si attribuisce valore. Occorre prendere decisioni, fare promesse, assumere impegni, e mantenerli 6. decisioni, impegni e promesse vanno calati nella nostra realtà relazionale: devono essere comunicati alle persone a noi più vicine, in modo da radicarli e renderli visibili nei comportamenti quotidiani. Mauro Scardovelli |