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20-08-2008
Compassione

Brano tratto dal libro di Mauro Scardovelli: Qualità e inquinanti, Liberodiscrivere.


La compassione è il contributo spirituale più importante del buddismo. Un discepolo chiese al Buddha: "Sarebbe giusto dire che una parte della nostra pratica consiste nello sviluppare gentilezza amorevole e compassione?" "No", egli rispose. "Sarebbe giusto dire che l’intera nostra pratica consiste nello sviluppare gentilezza amorevole e compassione"*.

"Che cosa si intende, specificamente, per compassione?"

Una volta il Dalay Lama ha detto: "Se volete sapere che cosa è la compassione, guardate a fondo negli occhi di una madre che culla il suo bambino quando è malato e ha la febbre".
Tutti conosciamo questo sentimento, fatto di amore, pazienza, cura, desiderio di porre fine al dolore. Lo abbiamo provato nei confronti di persone care quando erano in preda alla sofferenza. E quando a nostra volta ne siamo stati oggetto, ne abbiamo conosciuto il potere di sollievo e guarigione.

"La compassione è diversa dalla pietà?"

La pietà è comunemente intesa in modo molto diverso: ho pietà di un animale ferito, ho pietà di un essere umano povero o disgraziato. Quindi non gli faccio del male. Se posso lo aiuto. Ma da una posizione di superiorità o di distacco.
La compassione, in senso buddista, è in primo luogo empatia, risonanza nel dolore, accompagnata dalla consapevolezza che tutti gli esseri sono soggetti alla sofferenza, a partire da noi stessi. La sofferenza ci accomuna tutti, è parte del destino di ognuno.
Non tutta la sofferenza, però, è necessaria o inevitabile: la maggior parte della sofferenza, quella nevrotica, siamo noi stessi a crearla, attraverso le illusioni della mente.

"Ma questo, in concreto, che differenza fa?"

Una differenza enorme. Nel momento che provo compassione per una persona, non mi verrà mai da dire: "poverino", "come sei disgraziato", "ora ti aiuto io". Sono tutti pensieri che svalutano l’altro, e non lo aiutano per nulla. Lo svalutano perché, dietro al fenomeno del dolore, non vedono l’anima della persona, la sua bellezza, l’insieme delle sue risorse. Ne sottovalutano il potere di cambiare percezione, di agire in modo diverso, di produrre un cambiamento.
La pietà è certo meglio dell’indifferenza o della violenza, ma non riconosce la dignità dell’altro. La pietà ci porta ad agire al suo posto, come se fosse un inabile.
La compassione, pur non escludendo l’aiuto che può essere utile, è soprattutto presenza, amorevole gentilezza e consapevolezza risanante, che apre il cuore di chi la riceve, favorendo l’emergere di una nuova visione e di nuove possibilità.

"In sostanza, la compassione rompe le mura costruite dall’Ego, e ci riconnette al fiume della vita!"

Sì, la compassione è terapeutica per chi la pratica e per chi la riceve. La compassione va rivolta in primo luogo a se stessi. Attraverso una presenza recettiva ed amorevole, possiamo imparare ad accogliere sensazioni, emozioni, immagini, parti interne, pensieri, così come sorgono e si manifestano, senza pretendere che siano diversi da come sono.
Gran parte della sofferenza nevrotica o innecessaria nasce proprio dal modo in cui ci relazioniamo con i nostri eventi interni: valutandoli, giudicandoli, condannandoli.
Non sono pochi quelli che trovano più facile offrire compassione ad altri piuttosto che a se stessi. Specialmente nei confronti di chi considerano una vittima indifesa, con la quale identificarsi.

"Ma si tratta di vera compassione?"

No, perché è selettiva, manca di equanimità. Non è una qualità dell’essere, ma solo una maschera. Nei tempi brevi, può portare un certo conforto per chi la riceve. E anche in chi la dà, perché si sente più buono. Nei tempi lunghi, non contribuisce a ridurre la sofferenza nel mondo, ma ad aggravarla.

"Perché?"

Perché essa scava un fossato profondo tra le persone, distinguendole in innocenti e prepotenti, vittime e persecutori, buoni e cattivi. Il bene da una parte: la nostra. Il male dall’altra: gli avversari, i nemici, i disonesti, gli immorali, i criminali, gli infedeli.
In tal modo la compassione selettiva alimenta il pensiero dicotomico, che è alla base della paranoia, ovvero di un grave disturbo della percezione e del pensiero**.
Senza saperlo, tutti coloro che non diventano consapevoli dei loro tratti paranoidi, e continuano a praticarli, sono razzisti, anche quando si dichiarano antirazzisti; sono guerrafondai, anche quando si credono pacifisti; alimentano l’oppressione, pur mobilitandosi in difesa dei deboli e degli sfruttati.


* Christina Feldman, Compassione, La parola ed.
** Mauro Scardovelli, Conoscenza e libertà, Liberodiscrivere ed.

Mauro Scardovelli

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