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10-01-2008
Paola Bucan

Qualche tempo fa ho scritto sul mio primo incontro con Boris (vedi "Boris porena: un incontro che ha cambiato la mia vita"). La mia testimonianza era incompleta su un punto fondamentale: la presenza di Paola. Rimedio adesso.
Boris è un vero maestro, nel senso profondo della parola, come ben sa chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo. Ma Boris, sono convinto, non avrebbe potuto essere la persona che conosciamo se a suo tempo, in un momento di crisi, non avesse incontrato una grande donna, Paola. Credo che quell’evento nella sua vita, più di altri, ha consentito la nascita di un grande progetto, il progetto metaculturale, nel quale, come nel concepimento di un figlio, si sono unite due nature simili e nello stesso tempo fortemente diverse.
Boris è un compositore, Paola una violoncellista, figlia di un violoncellista della grande scuola di Antonio Janigro. Entrambi musicisti, specialisti della musica, si sono aperti all’esperienza più lontana dalla loro raffinata formazione accademica: insegnare musica e composizione a bambini e ragazzi di un paese della bassa Sabina, sin dall’inizio ben decisi a non tradire le loro origini e la loro identità, che si esprimeva in un linguaggio da borgatari e in un attaccamento viscerale alle cose più materiali che esistano. Nessuna persona di buon senso avrebbe scommesso di poterne ricavare un ragno dal buco.
Un autentico incubo, una vera punizione, per qualunque musicista che nutrisse una benché minima ambizione. Non per Boris e Paola. Per merito soprattutto di Paola.
Paola è una di quelle rare persone che riescono ad essere professioniste che eccellono nel loro campo, e nello stesso tempo conservano pienamente la loro umanità, e, nel suo caso, un grande interesse e attenzione, equamente ripartiti, tra esseri umani adulti, bambini ed altri animali. Specialmente i più stravaganti: la collezione di cani e di gatti che frequentavano il centro musica anni fa meritava certamente l’attenzione di un grande fotografo. Non ce n’era uno normale: chi era bercio, chi aveva la coda mozzata, chi era storto o grasso fuori misura. Per tacere delle raffinate espressioni vocali con le quale accoglievano qualunque visitatore. Tutti con i loro nomi di battesimo, che per caso, ma soltanto per caso, coincidevano con quelli degli allievi del Centro.

Un bravo psicoanalista – la prima moglie di Boris era psicoanalista – avrebbe certamente riconosciuto, dietro l’apparenza fortuita, l’evidente lapsus freudiano nella scelta entusiastica dei nomi da parte di Boris che, da convinto razionalista, - all’inizio introverso di natura e probabilmente assai più interessato alla musica seriale e ai coleotteri che agli umani - si prendeva una rivincita nei confronti di una moglie eccessivamente calda e materna, che gli stava riempiendo la casa e il giardino di un numero troppo elevato di creature viventi.
Ma tutte le cose, anche le più belle, dopo un inizio glorioso hanno purtroppo anche una fine. E così fu per gli animali del centro quando Boris, rincasando tardi una sera, non fu riconosciuto da quell’accozzaglia di cani, intenti a litigare fra loro, e rischiò di essere seriamente aggredito. Paola, da allora, acconsentì l’allontanamento graduale di alcuni di loro, finché rimase soltanto, per diritto di anzianità, il primo della serie: Celestino, uno dei cani più brutti del creato. Che per alcuni anni si accompagnò ad un gatto altrettanto meritevole di un primato: quello del gatto più stupido, unico della sua specie capace di infilare la testa dentro un barattolo e di rimanerci incastrato per due volte consecutive, costretto così a girare per ore alla cieca prima di essere liberato.

Boris ha la mentalità dello studioso e del teorico. Per lui è normale leggere molto, concentrarsi e soprattutto riflettere. Ha la natura del filosofo, del ricercatore a tempo pieno, con interessi e competenze egualmente ripartiti tra cultura scientifica ed umanistica. Ama ascoltare le persone, perché lo considera un modo di apprendere ed allargare la propria visione. Durante le riunioni del Centro, è sempre presente dall’inizio alla fine. E’ lui che tiene i verbali e redige le relazioni, annotando con precisione le diverse opinioni espresse, alle quali attribuisce grande valore. Boris, oltre ad essere un compositore riconosciuto, è un autore fecondo: scrive con molta facilità, solo a penna, su grossi quaderni, alcuni dei quali sono stati pubblicati, ma molti attendono ancora l’editore.
Paola è diversa. Raramente sta seduta per molto tempo. Ha più bisogno di muoversi ed agire in modo concreto. E’ una raffinata violoncellista ed ha la natura di un’attrice della musica, più che di una filosofa. Durante le riunioni, spesso si alza, si muove o si assenta. Poi ritorna e interviene in modo pertinente ed acuto, come se fosse stata sempre presente. Mentre Boris è più riflessivo e mediatore dei diversi punti di vista, Paola è più diretta e radicale nelle sue posizioni. E soprattutto più interessata alle esperienze concrete che ai ragionamenti astratti.
E’ lei che si occupa degli aspetti pratici della famiglia e del Centro, lasciando Boris libero di concentrarsi sui suoi interessi. E’ estremamente accogliente ed ospitale, capace di mettere le persone pienamente a loro agio. Spesso, durante le sue assenze nelle riunioni, va in cucina e in breve prepara da mangiare per tutti.
La sua mentalità attivo-pratica, oltre che artistica, ha avuto un’influenza straordinariamente benefica in primo luogo su Boris come persona, il cui rischio era il solipsismo e l’arroccamento su posizioni eccessivamente intellettuali. E certamente ha influenzato la metodologia di lavoro e di ricerca del centro musica, radicandola fortemente nelle esperienze concrete, evitando il rischio, sempre presente nella ricerca, di una fuga nel mondo dell’astrazione, a cui Boris, per il suo background, era certamente esposto.
Ancora oggi, a quasi trent’anni di distanza, ricordo in modo indelebile i momenti di formazione con Boris e Paola, nei quali l’attenzione era egualmente distribuita tra esperienze musicali in gruppo, spesso estremamente semplici, e riflessioni sulle stesse, in un clima conviviale di ricerca e di profondo rispetto per ogni partecipante. Ove il circuito autogenerativo, teorizzato da Boris, diventava un’esperienza palpabile, e si aveva l’impressione di partecipare alla creazione di una vera e propria mente di gruppo, in cui i confini individuali, pur conservandosi, diventavano via via più permeabili, e si imparava ciò che, al di là della musica, dell’arte o della filosofia, è davvero umanamente più importante: la capacità di aprirsi ed assumere temporaneamente altri punti di vista, rinunciando all’abituale egocentrismo cognitivo. Così abituale che neppure ci facciamo più caso, come i pesci non fanno caso all’acqua in cui nuotano.

Con rammarico devo dire che, da allora, non ho mai più ritrovato un contesto che riunisse tutte insieme quelle caratteristiche, che ne facevano davvero un luogo di formazione straordinario. Ed è per questa ragione che, con Carolina, mia moglie, abbiamo cercato di ricostruire, almeno nello spirito, quel tipo di esperienza nella nostra scuola di PNL e counseling. E, riflettendoci, forse non è un caso che Carolina per qualche aspetto di carattere, assomigli a Paola, e nel nostro progetto svolga un ruolo simile. Donne entrambi dotate di una qualità sempre più rara nel mondo competitivo in cui stiamo vivendo: quella di comprendere in profondità il loro compagno e di adoperarsi, in modo discreto, ma costante, affinché possa crescere e realizzare i sogni a cui tiene di più. In una parola, la capacità di amare veramente.

Mauro Scardovelli

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